Davidoff National Black Label Event con Henke Kelner | Etna – Catania | Day 3

Etna

Posted On 19/10/2016

25 settembre 2016 – Davidoff Black Nicaragua Box Pressed

Sto invecchiando, inutile fingere che ciò non avvenga. Se faccio le ore piccole, la mattina pago pegno. Da ragazzo saltavo i fossi per il lungo, ora ci frano miseramente dentro. Crudele ma inesorabile realtà, avvalorata dalla strana faccia che mi fissa nello specchio. Probabilmente sono io, ma onestamente non lo giurerei.

La serata Yamasà si è protratta a lungo e alla fine mi sono coricato che erano le due e mezza passate. La sveglia stamane è suonata alle 7,30 quindi ho meno di 5 ore di sonno totalizzate. Oggi mi aspetta una giornata sul campo, anzi sull’Etna per l’esattezza con tanto di escursione ad uno dei suoi crateri ed è dedicata alla linea Black Nicaragua box-pressed.

5 ore. Hmmmm, avvicino il volto allo specchio. Non è che mi serva granchè fare calcoli, il mio sguardo da triglia, con occhiaie stile Samsonite parla da solo. Devo farmi subito una bella doccia.

Primo problema, la mente mi spinge verso la doccia ma il corpo tende verso il letto e le coperte ancora calde. Mente contro materia, in puro stile Crocodile Dundee. Vince la mente, apro il getto d’acqua e mi sembra di rinascere.

Ringalluzzito dalla doccia rinfrescante e abbigliato da escursionista mi avvio verso la sala per la colazione. Ho meno di un’ora per farla e per effettuare il check-out dall’albergo, i bagagli infatti ci seguiranno per tutta la giornata che terminerà in aeroporto per il volo di rientro.

Scatta l’ora X – 9:00 – Partenza Davidoff Black Nicaragua Adventure nella terra dei vulcani. Arrivo in perfetto orario dopo un’abbondante colazione e bagagli al seguito.

Il gruppo di persone che mi circonda sembra uscito da un film comico. Vi sono “trekker” professionisti, altri come me che hanno qualcosa di tecnico ma adattabile anche ad una normale giornata cittadina, e alcuni che sembrano pronti per una passeggiata in centro a Catania, non per un’escursione in montagna. Punto e basta.

Teniamo presente che la destinazione è la Torre del Filosofo (Etna) a 2920 m.s.m. ed è prevista perfino neve! Evidentemente il consiglio degli organizzatori di adottare adeguato abbigliamento è un concetto alieno per questi “alcuni”, o meglio per loro sembra che scarpa da escursione equivalga a mocassino in pelle naturale, invece di quella verniciata, e k-way estivo. Mah… non voglio pensarci…

Il viaggio in pulmann si rivela interessantissimo, perchè ad accompagnarci c’è un geologo che spiega dettagliatamente le caratteristiche uniche di questo meraviglioso vulcano, e della sua attività lavica.

Ascolto con attenzione il lungo racconto, ma lo sguardo è incollato al finestrino, rapito dal paesaggio che mi scorre davanti mano a mano che il pulmann si inerpica su per la montagna. Un paesaggio alieno e spettrale, fatto di lava e terra scurissima, brullo ed immerso completamente nelle nuvole basse.

Avete presente Frankenstein Junior? Pulmann ululì, funivia ululà!

Non ci credo. Ad una curva emerge dalla nebbia un albergo costruito direttamente su una colata lavica, in una zona comunque a rischio. Chiedo lumi al nostro accompagnatore, lui risponde: che vuoi che ti dica, siamo in Sicilia! Ah beh…

Arriviamo alla partenza della funivia sotto una pioggerellina fastidiosa e immersi in un freddo umido che penetra nelle ossa. Fa davvero freddo per la miseria, non oso pensare come sarà in quota. Velocemente entriamo e a piccoli gruppi ci accomodiamo nelle cabine dotati di un Davidoff Primeros Nicaragua Maduro distribuito da Enrico delle Pietà. Onestamente anche un bel bombardino sarebbe stato molto gradito.

La fine della corsa in funivia mi proietta sulla luna. Mi ritrovo immerso in un paesaggio austero, spettrale, fatto di roccia lavica e sabbia nera come la pece, il tutto immerso in una fitta nebbia. Ad aumentare la sensazione di alienazione c’è l’immancabile e gelida pioggerellina che frusta il volto e il povero Primeros Nicaragua Maduro. Secondo me al povero Henke Kelner verrà un coccolone! Dopotutto è Dominicano e non certo abituato a climi così rigidi.

Intravedo le nostre jeep. Fermi. Jeep non è esattamente la parola corretta, sono dei giganteschi camion a quattro ruote motrici adibiti al trasporto dei turisti. Immersi in questo paesaggio tetro sono quasi anacronistici ma indubbiamente comodi e sopratutto… riscaldati.

Come un bambino al luna park mi fiondo sul primo che trovo, e mi accomodo alle spalle del guidatore. Voglio godermi la corsa ed il panorama, o meglio vorrei farlo. Speriamo bene.

Il breve viaggio fuoristrada, 10 minuti, ci deposita vicini ad una caldera dove assieme ad una guida ci avviciniamo a delle fumarole, chiaro segno di attività vulcanica. Temperatura: 5 gradi netti! Voglio un premio.

Prendendo lente boccate dal mio Primeros Nicaragua Maduro acceso, sempre sferzato dalla pioggerella gelida, ammiro il paesaggio circostante e un velo di ansia incupisce il mio stato d’animo. Per la miseriaccia, sono in mezzo ad una caldera attiva, non è che riesco a non pensarci.

Scaccio i funesti pensieri e mi concentro ancora sul paesaggio, sono convinto che il panorama da questo punto deve essere mozzafiato, visto che non vi è nulla intorno altrettanto alto da ostruire la vista. Devo tornarci ancora, un giorno o l’altro e sono convinto che i miei compagni di avventura ora stanno pensando la stessa cosa infagottati nelle loro giacche a vento fradice.

Il programma prevede la fumata in loco del Black Nicaragua Box Pressed ma giustamente, dato il clima, viene cambiato optando per il posticipo della fumata presso l’azienda vitivinicola Villa Grande, produttrice dei vini D.O.C. Etna rosso, bianco e rosato. Saggia decisione.

Gustandomi come non mai il Primeros Maduro mi incammino sulla via del ritorno. Incrocio altri amici e partecipanti all’escursione e in un capannello formatosi intorno alla seconda guida intravedo una sagoma familiare. Guardo meglio… una sagoma è infagottata come l’omino della Michelin, dal serratissimo cappuccio spunta un viso familiare… per la miseria è Henke! Stentavo a riconoscerlo.

Fortunatamente il premuroso Enrico lo ha rivestito con abbondanti strati di materiale imbottito e con scarponcini da trekking. Sembra realmente incuriosito dalla gita, dalla location e dal racconto della guida (presumo tradotto dallo stesso Enrico). Incrociamo lo sguardo e ci sorridiamo a vicenda, ma non riesco a fermarmi a parlottare. Ho troppo freddo e sono bagnatissimo.

Preferisco continuare a camminare verso i camion di cui anelo il tepore della cabina. Mi sistemo sempre dietro il conducente e alla spicciolata i posti a sedere si riempiono di persone sgocciolanti ma felici da quanto sperimentato. E quando mai ricapiterà di visitare un vero vulcano?

Una volta riempiti i mega camion si riparte alla volta della funivia. La moglie di Fabio Cappellato è seduta a fianco del conducente, ignara di quello che sta per succedere. Un breve scambio di battute con l’autista è sufficiente a convincerlo ad abbandonare la nera pista per dirupi laterali di cui fatichiamo a vedere il fondo.

Siamo come bambini sulla giostra, e lo incitiamo a guidare verso il baratro fino al momento in cui la moglie di Cappellato, spaventatissima, lancia un grido disperato all’autista: se continui così mi metto a piangere!

Scoppia una fragorosa ilarità generale, così rincuorata dalla serietà dell’autista e dalle nostre risate acconsente a provare un poco di fuoripista, ma con moderazione, molta moderazione.

Arriviamo vivi e vegeti alla funivia. Foto di rito e ringraziamenti al guidatore sono d’obbligo così come commenti sulla bella ed esclusiva gita appena conclusa.

Rientrare in funivia è sorprendente. Mi ritrovo in una sorta di emporio dei souvenir più improponibili e costosi io abbia mai visto, come un posacenere lavico a forma di teschio o di bara. In compenso assaggiamo varie salse locali, piccanti e non, perfette per condirsi una bella pasta che non abbiamo, purtroppo.

Gironzolo per un po’ fra le bancarelle, poi mi fiondo al bar e bevo un bel caffè caldo.

La discesa in funivia procede velocemente ma il gruppo fatica a riformarsi all’arrivo, così entro assieme ad altri nel bar/rifugio vicino al parcheggio per scaldarmi, fumare e bere qualcosa.

Concausa del ritardo sono anche coloro che dimenticandosi di restituire gli scarponcini affittati, sono dovuti risalire di nuovo in cima alla montagna. Poco male, sono al calduccio a chiacchierare e ridacchiare fino al momento di ripartire verso altri lidi.

L’ azienda vitivinicola Villa Grande ha su di me un effetto sorprendente perchè arrivando dal paesaggio alieno dell’Etna, è come atterrare in un paradiso terrestre. Colline e verde a perdita d’occhio, castagni e filari di uva fanno da cornice ad una splendida cascina.

Entriamo nelle cantine dell’azienda dove ci vengono spiegate le tecniche adottate nella produzione dei loro vini, e i vitigni che utilizzano, ma oramai la fame regna sovrana. Così a fine presentazione, alla richiesta se entrare più in dettaglio nelle spiegazioni o accomodarci per pranzare e degustare i vini, un coro all’unisono esclama: pranzare!

Dopo essermi seduto a tavola il tempo comincia a scorrere leggiadro, scandito da portate di salumi, formaggi nostrani, prelibatezze locali e vino a profusione. Ne approfitto anche per chiacchierare con Henke e con lo staff della ITA, miei compagni di libagione, mentre fumiamo finalmente il tanto agognato Davidoff Black Nicaragua Box Pressed.

Il sigaro mi sorprende non poco, sia per l’espressività molto più marcata che nel Nicaragua normale, sia per l’intensità di corpo molto vicina ai miei gusti. Come spesso accade però non era possibile, in questo frangente, apprezzarlo e capirlo a fondo. Non per sue manchevolezze o pecche organizzative, ma perchè non era possibile dedicargli le dovute attenzioni, immersi come eravamo nel cibo, nel vino e nelle chiacchiere.

Il mio rientro in aeroporto ha il sapore amaro della consapevolezza che queste meravigliose giornate appartengono al passato. Sul volo di rientro nemmeno le velleità comiche di uno stewart al di sopra delle righe, in perfetto stile cabarettista mascherato, alleviano la mia tristezza.

La mente rimugina sulle tre giornate vissute, intensissime e meravigliose, ma quello che chiaramente emerge non è il geniale concept e le fumate provate, bensì l’eccellenza logistica messa in campo dal team della International Tobacco Agency.

Non deve essere stato un compito facile, ne sono certo, come sono certo che hanno dovuto far fronte a mille problematiche dell’ultimo minuto di cui non sono a conoscenza. Ci hanno condotto per mano per ben tre giorni, soddisfando ogni nostra esigenza o necessità, sempre con il sorriso sulle labbra ed io mi sono sentito parte della famiglia.

Avete tutta la mia più profonda stima…

 

Se avevi perso le puntate precedenti ecco i link…

Written by Andrea Zambiasi

Facciamo Puff nasce per dare voce ad una passione che oramai coltivo da molto tempo, quella dei sigari. Non mi considero un esperto di sigari (etichetta che odio) ma un consumatore "attento" a cui piace condividere le sue esperienze emozionali con altri consumatori.

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